Il Rinascimento



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Il Rinascimento

Nel 1451, il celebre pittore fiorentino Benozzo Gozzoli, chiamato dai Francescani ad affrescare l’abside della loro chiesa, oggi Museo Civico di Montefalco, allude forse proprio al Sagrantino, dipingendo la bottiglia di vino rosso sulla mensa imbandita del Cavaliere da Celano nell’ambito del ciclo pittorico della “Storia della vita di San Francesco”.

 

Acini mediamente zuccherini e bacche robuste che difficilmente possono marcire sono le qualità innate del Sagrantino. Questo vitigno ha una vigoria abbastanza bassa e predilige terreni di medio impasto, siliceo-argillosi con esposizione a sud, e in genere fornisce produzioni piuttosto irregolari.

Se attualmente viene vinificato soprattutto per la produzione di vini secchi, pare che anticamente la tradizione preferisse una tipologia dolce, ottenuta dall’appassimento delle uve su graticci di legno. Secco o passito che sia, secondo il Disciplinare, l’invecchiamento previsto è di almeno trentasei mesi, di cui per il secco almeno dodici in botti di legno.

 

I Disciplinari del Sagrantino sono tra i più antichi: già nel XIV secolo i documenti testimoniano l’esistenza di norme per proteggerne e regolarne la coltivazione, la raccolta e la produzione delle uve. Nel 1540 si ha notizia, a Montefalco, di un’ordinanza comunale che stabiliva la data della vendemmia.

 

Durante il periodo rinascimentale il vino di Montefalco è ormai noto e apprezzato, tanto che nel 1565 Cipriano Piccolpasso, provveditore della fortezza di Perugia, nella sua relazione dello Stato Pontificio destinata al papa, specificatamente dedicata alle città e ai territori sottoposti al governo di Perugia, scrive: «[...] Montefalco, posto sopra un colle di bellissima veduta, è ornato di belle et bone vigne, coltivati terreni et di gran frutto, fa dilicati vini […]». Possiamo affermare con certezza che il Sagrantino abbia almeno più di quattrocento anni.

 

Una delle più antiche testimonianze dell’uva Sagrantino, custodita in un quadernetto del notaio assisano Giovan Maria Nuti, risale al 1598 ed è attualmente conservata presso l’Archivio notarile di Assisi. Il notaio riferisce della consuetudine, diffusa a Foligno, di mischiare il Sagrantino ai mosti per conferire loro aroma e sapore.

 

L’uva Itriola viene inoltre menzionata nel De naturali vinorum historia, de vinis Italiae e de convivis antiquorum, opera fondamentale della storia enologica italiana rinascimentale, pubblicata nel 1595 da Andrea Bacci, che la definisce particolarmente adatta alla produzione di Moscatelli. Il medico e naturalista marchigiano ricorda inoltre l’assidua presenza di tale uva nelle zone di Bevagna, Narni e Amelia.

 

Gli statuti comunali nel loro intento di disciplinare ogni aspetto della vita cittadina, si occupano anche di tutelare e difendere le viti e l’uva attraverso una dettagliata serie di divieti e sanzioni, tanto che nel 1622, il Cardinale Boncompagni, legato di Perugia, aggrava le sanzioni già previste dallo statuto, prevedendo persino «[...] la pena della forca se alcuna persona tagliasse la vite d’uva [...]».